La Commissione Europea torna a mettere nel mirino il regime forfettario

La Commissione Europea torna a mettere nel mirino il regime forfettario.

Giusto!!!


Lo dico da quando il regime forfettario è stato introdotto, dal 2014, anche se l'Europa sembra essersene accorta soltanto oggi.

Nel Country Report 2026 la Commissione afferma chiaramente che il regime forfettario costituisce una distorsione fiscale, riduce il gettito e crea un disincentivo alla crescita e all'aggregazione delle attività economiche. In altre parole, secondo Bruxelles, il sistema fiscale italiano incentiva professionisti e microimprese a rimanere piccoli. Su questo punto non posso che essere d'accordo. Giusto soprattutto se si pensa alla disparità di trattamento che oggi esiste tra due professionisti che svolgono la stessa attività ma sono assoggettati a regimi fiscali completamente differenti.

Il regime forfettario introduce infatti una evidente asimmetria fiscale tra operatori che operano sullo stesso mercato. E questa rappresenta una distorsione che non può essere ignorata.
Ricordo infatti che il mercato funziona tanto meglio quanto più le condizioni di partenza sono uniformi e prive di distorsioni.
Tradotto: stesse regole, stesso mercato.

A ciò si aggiunge che l'IVA, per chi opera in regime forfettario, di fatto scompare, mentre per anni ci è stato spiegato che ridurre o eliminare l'IVA dalle prestazioni professionali "sarebbe stato un sacrilegio".

Si è così creata un'ulteriore alterazione del mercato, particolarmente evidente nei confronti dei clienti privati e di tutti quei soggetti che non possono detrarre l'IVA e che quindi la considerano un costo effettivo.

Come può competere un professionista in regime ordinario con un professionista in regime forfettario? Ma quanta Iva generiamo realmente noi professionisti, architetti e ingegneri? Ricordiamo però una cosa all'Europa. La tassazione nell'Unione Europea non è uniforme. L'Italia continua a collocarsi tra i Paesi con la maggiore pressione fiscale sul lavoro autonomo e sulle attività produttive.

Lo stesso Country Report riconosce che il carico fiscale sul lavoro rimane superiore alla media europea e che il sistema fiscale dovrebbe essere maggiormente orientato alla crescita.

E qui nasce il punto centrale della riflessione.
La ricchezza di una nazione si misura nella sua capacità di produrre valore.

Allo stesso modo, la ricchezza di un professionista si misura nella sua capacità di crescere, investire, organizzarsi, innovare e competere.

Eppure tutti i dati forniti negli anni dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri e da Inarcassa raccontano una realtà preoccupante.
Siamo diventati il Paese dei piccoli professionisti. La stragrande maggioranza degli architetti e degli ingegneri dichiara redditi che oscillano tra i 40.000 e i 50.000 euro annui, con minimi in alcune regioni che si attestano addirittura intorno ai 19.000 euro.

Professionisti che troppo spesso restano intrappolati in una dimensione che non consente di investire, assumere personale, innovare o competere efficacemente con le strutture organizzate che ormai operano su scala nazionale e internazionale.

Per questo motivo all'Europa chiederei prima di tutto una cosa: creare condizioni realmente uniformi.

Stessa pressione fiscale.
Stesse opportunità di deduzione e detrazione.
Stesse possibilità di investimento.
Stesse regole del gioco.

In una parola: stesse condizioni al contorno.

Perché noi professionisti non abbiamo bisogno di essere mantenuti piccoli. Non abbiamo bisogno di essere repressi fiscalmente. Non abbiamo bisogno di essere costretti a ragionare continuamente su come restare sotto una soglia di fatturato.

Abbiamo bisogno di crescere. Abbiamo bisogno di una fiscalità premiale.

Abbiamo bisogno di una fiscalità che premi chi investe, chi assume, chi innova, chi rischia e chi produce maggiore ricchezza. Abbiamo bisogno di una fiscalità che favorisca il reinvestimento delle risorse all'interno degli studi professionali.

Abbiamo bisogno di poter dedurre e detrarre maggiormente gli investimenti, perché il denaro reinvestito non scompare: circola nell'economia, genera occupazione, genera consumi, genera investimenti e contribuisce alla crescita del PIL.

E un PIL che cresce significa inevitabilmente maggiori entrate fiscali per lo Stato.

È proprio qui che, a mio avviso, il ragionamento della Commissione si ferma un passo prima della conclusione. Bruxelles sostiene che il forfettario riduce il gettito e ostacola la crescita.

Io mi chiedo invece se non sia arrivato il momento di affrontare il problema dalla prospettiva opposta.
Siamo davvero sicuri che il modo migliore per aumentare il gettito sia aumentare la pressione fiscale o eliminare regimi agevolati?
Oppure dovremmo chiederci come aumentare la ricchezza prodotta?

Perché il gettito non nasce dalle tasse. Il gettito nasce dalla ricchezza. E la ricchezza nasce dagli investimenti, dall'innovazione, dalla produttività e dalla crescita.
L'Italia cresce dello 0,3%, forse dello 0,6% secondo le stime più recenti. Una crescita che, di fatto, è prossima allo zero.

Forse dovremmo iniziare a chiederci come creare le condizioni per crescere davvero.

Preciso che sono contrario al regime forfettario e lo sono sempre stato.
Non serviva l'Europa per ricordarci che pone problemi di equità fiscale.

Ricordo infatti a chi volesse fare qualche conto che, in una simulazione riferita a due ingegneri iscritti a Inarcassa che sostengono la stessa incidenza di costi, pari al 22% del fatturato, un professionista in regime ordinario deve arrivare a fatturare circa 165.000 euro per ottenere un risultato netto comparabile a quello di un professionista in regime forfettario che fattura 85.000 euro.
Quasi il doppio.

E allora forse dovremmo interrogarci anche sulle conseguenze che questo sistema fiscale produce sul futuro della professione.
Non è un caso se le STP continuano a stentare nel loro percorso di crescita.
Non è un caso se molti professionisti preferiscono rimanere all'interno di una dimensione individuale anziché aggregarsi, investire e strutturarsi.
Non è un caso se il mercato premia sempre più le società di ingegneria sostenute da capitali e da modelli organizzativi che consentono economie di scala e capacità competitive difficilmente raggiungibili dal professionista tradizionale.
E non è un caso se, in questo scenario, architetti e ingegneri stanno progressivamente perdendo centralità.

Sempre più spesso il professionista non è più il soggetto che guida il processo progettuale, ma diventa un esecutore all'interno di strutture organizzate da altri e diventa solo un mezzo da sfruttare, non per creare qualità.

In altre parole, stiamo assistendo alla trasformazione dell'architetto e dell'ingegnere in un operaio della professione.
E quando si perde la centralità del professionista si perde inevitabilmente anche la centralità del progetto, della qualità, della responsabilità e della cultura tecnica che hanno sempre rappresentato il valore distintivo delle nostre professioni.

Non abbiamo bisogno di bonus. Non abbiamo bisogno di agevolazioni temporanee. Non abbiamo bisogno di finanziamenti a pioggia.

Abbiamo bisogno di rimettere al centro il progetto, la professione, la competenza e la qualità. Abbiamo bisogno di professionisti che crescano e si strutturino.
Abbiamo bisogno di studi che investano.
Abbiamo bisogno di una fiscalità che accompagni la crescita anziché ostacolarla.

Solo così potremo tornare ad avere professionisti competitivi, studi strutturati, maggiore qualità progettuale, maggiore produttività e una crescita reale dell'economia.

L'Opinione di Giuseppe Funaro
Ingegnere e Vicepresidente di ALA Assoarchitetti & Ingegneri