Il concorso di architettura oggi

Il concorso di architettura ha segnato la mia crescita professionale fin dai primi anni 2000: molti persi, qualcuno vinto, ma tutti formativi. All'inizio della carriera era uno strumento straordinario, riservato a opere pubbliche di grande rilevanza, capace di attrarre progettisti ben oltre i confini amministrativi locali. Nel tempo, grazie anche alla spinta della categoria, è diventato sempre più diffuso e strutturato.

Oggi però qualcosa si è inceppato. Il proliferare delle gare di progettazione ha finito per contaminare il concorso stesso, trasformandolo spesso in una "gara mascherata": valutazioni tabellari, criteri eccessivamente analitici, giurie non sempre composte da professionisti adeguatamente qualificati. L'architettura rischia così di diventare una variabile tra le altre, anziché il cuore della valutazione. A questo si aggiunge un paradosso concreto: mentre le gare d'appalto portano a una percentuale alta di realizzazioni, i progetti vincitori di concorso trovano la strada verso il cantiere molto meno spesso - e quando ci arrivano, capita che la committenza li modifichi fino a snaturarne l'idea originale.

Cosa fare? Serve investire nella cultura del progetto: promuovere un'architettura che non si misuri solo con indicatori prestazionali, ma che sappia qualificare le relazioni urbane, dialogare con il contesto, generare ricadute positive sulla città e sulla comunità. È una battaglia quotidiana, necessaria per evitare che il progetto venga ridotto a un semplice servizio economico - dimenticando che sintetizza storia, tecnica, struttura e visione.

In ALA proviamo a fare esattamente questo con il Premio Internazionale d'Architettura Dedalo Minosse: partire dalla committenza, valorizzare le migliori idee, portarle nel dialogo internazionale. Perché l'architettura, quando è pensata bene, è ancora uno degli strumenti più potenti di progresso civile.

Paolo Posarelli
Presidente di ALA Assoarchitetti & Ingegneri Regione Toscana